Informazioni sul contrasto alla violenza verso le donne

Pubblicato in www.direcontrolaviolenza.it

Le avvocate di D.i.Re denunciano prassi giudiziarie che minano l’attuazione dei principi della Convenzione di Istanbul

23.11.2015
Le avvocate delle case delle donne e dei centri antiviolenza dell’Associazione nazionale D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, impegnate su tutto il territorio nazionale, sia in sede civile che penale, nella difesa delle donne vittime di violenza maschile, denunciano prassi giudiziarie che minano l’attuazione dei principi e degli obiettivi della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, atto internazionale vincolante, entrato in vigore in Italia il primo agosto del 2014.
Si tratta di prassi che, di fatto, ostacolano la scelta della donna di chiudere la relazione con il partner violento e ledono i suoi diritti inviolabili.
In primo luogo, si rileva che l’accesso alla giustizia e la conseguente richiesta di tutela per la propria incolumità psicofisica è pregiudicato dalla non tempestività dell’intervento da parte degli operatori coinvolti in violazione degli articoli 49 e 50 della Convenzione.
In particolare, si segnala che le forze dell’ordine non sempre trasmettono con immediatezza la notizia di reato alle Procure, così ritardando l’immediata iscrizione della notizia di reato e lasciando la donna priva di tutela proprio nel momento di massimo rischio per la sua incolumità: è, infatti, con la presentazione della denuncia/querela che nella maggioranza dei casi l’uomo aumenta di intensità la sua condotta violenta per punire la scelta della donna di interrompere la relazione.
Spesso ancora da parte dell’autorità giudiziaria si sottovaluta la pericolosità dell’uomo violento: non si applicano le misure cautelari idonee a prevenire fatti di violenza più gravi di quelli denunciati, poche volte si procede, in caso di violazione della misura cautelare, all’aggravamento delle stesse, troppo spesso la misura cautelare perde di efficacia prima della sentenza di primo grado.
Tali prassi violano gli obblighi sanciti agli articoli 51, 52 e 53 della Convenzione. Non è un caso che nella maggioranza dei casi le donne sono state uccise dai partner o ex partner dopo aver presentato la querela.
Anche in ambito civile si registra la non tempestività delle autorità nel garantire l’accesso delle donne alla giustizia se si considera che, dopo il deposito di un ricorso civile per separazione o per l’affidamento dei figli, la prima udienza presidenziale può avvenire anche dopo otto/dieci mesi; nel frattempo la donna rimane priva di tutela anche per quanto concerne gli ordini di protezione che possono disporsi in sede civile.
Poche le tutele anche per i figli minorenni vittime di violenza assistita: diffuse sono le prassi che si pongono in violazione al principio dell’art. 31 della Convenzione di Istanbul che impone di considerare nelle decisioni relative all’affidamento dei figli minorenni i pregiudizi psicofisici causati agli stessi per avere assistito alla violenza.
Troppo spesso viene disposto l’affidamento condiviso dei figli minori senza tener conto della pendenza di un processo penale per maltrattamenti nei confronti del padre oppure dell’applicazione di misure cautelari emesse dal tribunale penale e, a volte, anche della sentenza di condanna per maltrattamenti.
Ciò si pone in violazione dell’obbligo generale di cui all’art. 18 della Convenzione che impone la cooperazione efficace tra tutti gli organismi statali competenti comprese le autorità giudiziarie a tutela dei diritti delle donne vittime di violenza di genere. Queste prassi rappresentano una palese violazione dell’obbligo di dovuta diligenza che la Convenzione impone a tutti gli operatori statali coinvolti nel contrastare la violenza maschile contro le donne.

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www.donnechecontano.it

“Donnechecontano.it è un’iniziativa di ActionAid per monitorare l’utilizzo delle risorse pubbliche destinate a contrastare la violenza sulle donne, promuovendo un’azione di trasparenza nell’assegnazione e nella gestione dei fondi, mediante l’analisi con dati aperti.”  Nel sito si possono trovare  le mappe ed i grafici di cui parla l’articolo che segue, pubblicato in  The Post Internazionalewww.tpi.it

MA LE DONNE CONTANO DAVVERO?

20 novembre 2015 Sui fondi antiviolenza, dati parziali e poco trasparenti: è quello che dice la mappa della piattaforma open data DonneCheContano di Action Aid.

Solo sette amministrazioni locali fanno sapere in modo chiaro e trasparente come stanno utilizzando i fondi per contrastare la violenza sulle donne stanziati dal governo. Per tutti gli altri enti locali, i dati sono irreperibili o molto frammentari. E’ una mappa con molti buchi neri quella presentata oggi da DonneCheContano, piattaforma open data ideata da ActionAid in collaborazione con Dataninja, in occasione dell’incontro “Sulla violenza voglio vederci chiaro” organizzato con Wister (Women for Intelligent and Smart Territories) e D.i.re (Donne in Rete contro la violenza).
Per cinque Regioni è stato possibile reperire la lista dei centri antiviolenza che hanno ricevuto o riceveranno i fondi stanziati per il biennio 2013/2014: Veneto, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia. Oltre che per queste Regioni, le liste sono disponibili per le due ex province di Firenze e Pistoia. Per altre amministrazioni, i dati sono deducibili reperendo altri atti amministrativi (Abruzzo) o per via del numero ridotto di strutture presenti (Valle d’Aosta e Basilicata). Per il resto delle Regioni, non è stato invece possibile reperire alcun dato.
A ridosso della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, ActionAid ha analizzato anche la reperibilità online delle strutture a cui sono destinati i fondi. Già dall’analisi delle delibere regionali, infatti, è emerso che non sempre i dati relativi al numero dei centri antiviolenza combaciano con quelli del documento di riparto della Conferenza Stato-Regioni. Si tratta di una delle molte difficoltà riscontrate nel monitoraggio. In alcuni casi, come in Abruzzo, la ripartizione è avvenuta sulla base di liste di centri che avevano beneficiato in passato di fondi erogati tramite bandi regionali e non a seguito di una mappatura completa delle strutture esistenti. Una procedura che comporta il rischio di escludere alcuni centri dai finanziamenti senza validi motivi.
“La mancanza di dati e informazioni complete su come sono stati spesi i fondi stanziati attraverso la Legge 119/2013 rimane un fatto grave. Ribadiamo la necessità che tutte le Regioni pubblichino online un resoconto completo sull’uso dei fondi e che il Governo fornisca a sua volta una rendicontazione accurata partendo dalla reportistica ricevuta dalle Regioni. Solo il Governo possiede tutte le informazioni e può quindi fornire un resoconto completo. La trasparenza è un presupposto per poter valutare gli interventi e disegnare strategie future.” afferma Marco De Ponte, Segretario Generale di ActionAid.
“Abbiamo lavorato a una prima raccolta indipendente di dati sul finanziamento ai 74 Centri Antiviolenza che costituiscono la nostra Rete”, dichiara Titti Carrano, avvocata e Presidente di D.i.Re. “In sole sei Regioni c’è stato confronto fra l’Ente locale e le Associazioni per impostare la spesa. Le mappature regionali sono state fatte solo in alcuni casi e sempre senza verifiche sul campo. Nella stragrande maggioranza delle Regioni i finanziamenti non sono ancora stati spesi e talvolta non si è provveduto neppure all’impegno. Molti uffici regionali tendono a distribuire le risorse a fruitori non specializzati, anche senza alcuna esperienza. Manca una valutazione delle priorità per le donne che subiscono violenza, che può essere fatta soltanto ascoltando i Centri e le Case che operano già da anni e conoscono bene le fragilità del sistema.”
“Secondo i risultati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano – afferma Flavia Marzano, ideatrice della Rete Wister e Presidente degli Stati Generali per l’Innovazione – gli open data contribuiscono a creare maggiore trasparenza nei processi, spingono la PA ad innovare e digitalizzare. Come donne della rete WISTER abbiamo deciso di supportare l’iniziativa di ActionAid perché convinte che gli open data possano rendere virtuoso l’uso del denaro pubblico. In questo contesto, gli open data possono contribuire alla diffusione della conoscenza aiutando a replicare le iniziative più efficaci, andando dritti al concreto. Abbiamo bisogno anche di questo per lottare contro la violenza di genere.”
Ad oggi le strategie adottate sono molto disomogenee. L’analisi di DonneCheContano mostra ad esempio che il finanziamento medio per centro antiviolenza e casa rifugio varia molto da Regione a Regione: circa 60mila in Piemonte, 30 mila in Veneto e Sardegna, 12mila euro in Puglia, 8 mila in Sicilia, 12 mila nelle ex province di Firenze e Pistoia, 6mila in Abruzzo e Val d’Aosta. Si tratta di un punto cruciale, perché i fondi erano stati stanziati anche per garantire un funzionamento adeguato dei centri, non solo la loro sopravvivenza.
In Veneto – una delle Regioni più trasparenti – non si è riusciti ad erogare tutti i fondi stanziati tramite bando per carenza di strutture idonee. Un paradosso, considerato il problema della continuità dei fondi per molti centri in Italia. Tra le Regioni più trasparenti c’è anche la Sicilia, che ha reso reperibile la lista dei centri ma ha deliberato in ritardo – nella primavera del 2015 – rispetto alla scadenza fissate dal Governo a fine dicembre 2014.

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