La libertà delle donne

La libertà delle donne
di Chiara Saraceno

Pubblicato in La Repubblica, 8 Gennaio 2016
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Quanto è successo a Colonia e in altre città tedesche la notte di San Silvestro ha messo a nudo la nostra vulnerabilità in modo per molti versi analogo agli attacchi terroristi a Parigi, Londra, Madrid. I branchi di uomini organizzati che hanno aggredito le donne che festeggiavano il Capodanno hanno mostrato quanto possano essere insicuri gli spazi pubblici proprio in un Paese che della sicurezza, della civiltà dei rapporti in pubblico, della condanna della sguaiataggine ha fatto negli ultimi decenni la propria cifra. E lo hanno fatto sfidando uno dei simboli della civiltà occidentale: la libertà delle donne di muoversi nello spazio pubblico senza essere aggredite.
Certo, chi brandisce quel simbolo in funzione anti-migranti è spesso poco o per nulla sensibile alle molestie e aggressioni che le donne europee e occidentali subiscono nei propri Paesi (una su tre, secondo gli ultimi dati Eurostat) per lo più da connazionali e per lo più da famigliari, amici e conoscenti. Finge di ignorare che il modello di prepotente violenza maschile che trasforma ogni donna vuoi in potenziale oggetto a disposizione, vuoi in soggetto subordinato da controllare, di cui gli aggressori di Colonia sono portatori alligna anche tra noi. Ma questo non deve sminuire il giudizio sulla gravità di quanto è successo e sulla superficialità, incompetenza, impreparazione con cui (non) è stato affrontato da chi doveva.
Branchi di uomini sono stati lasciati liberi di aggredire le donne sotto gli occhi di tutti in pieno centro. Per reagire in modo adeguato e soprattutto costruttivo, in modo che questi episodi non possano più ripetersi o comunque vengano fermati sul nascere non basta, ovviamente, il consiglio alle donne di proteggersi da sé, nel modo tradizionale, «non mettendosi in situazioni rischiose», come se il problema fosse la loro libertà e non la violenza di chi vuole togliergliela. Ma non basta neppure stringere i cordoni dell’immigrazione o espellere qualcuno. Anche perché il numero dei denunciati e riconosciuti è minimo rispetto alla massa di persone coinvolte.
Occorre da un lato mettere in moto meccanismi di monitoraggio del sistema di accoglienza dei migranti e del territorio che individui per tempo e contrasti la formazione di gruppi violenti. Sembra che l’esistenza di questi gruppi, la loro visibilità, a Colonia ed altrove, fosse nota da tempo, senza che venisse fatto nulla, un po’ come è avvenuto in Italia fino a che alcuni quartieri periferici lasciati a se stessi sono scoppiati. Dall’altro lato, i programmi di integrazione devono affrontare in modo esplicito e sistematico i modelli di genere, di rapporto uomo- donna, che sono propri di alcuni gruppi e sembrano particolarmente diffusi tra i giovani maschi mussulmani osservanti. Un modello che può essere rafforzato dalle difficoltà dell’integrazione e dalle inevitabili frustrazioni che ne derivano, perché dà identità, consente di sentirsi superiori. La sottovalutazione di questo aspetto, purtroppo, è figlia dello scarto che c’è, anche tra noi occidentali, tra le dichiarazioni di principio sull’uguaglianza uomo-donna e le pratiche concrete, anche quando non arrivano alla violenza vera e propria.
Ciò che è successo a Colonia richiede che la libertà e la dignità delle donne sia messa al centro non solo di grandi dichiarazioni di principio, o usata per la contrapposizione noi-loro, ma delle pratiche quotidiane, di una pedagogia formale ma anche diffusa, a partire da una seria autocritica sulle troppe sottovalutazioni messe in atto quando in gioco è la libertà delle donne, la loro volontà di abitare lo spazio pubblico e di non sottomettersi in quello privato.

( Segnalato da Margherita Didoné)

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