Giancarla Codrignani: Un problema da risolvere il 4 dicembre

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La Costituzione oggi e (forse) domani / 1

Un problema da risolvere il 4 dicembre

Il referendum costituzionale, la decisione è al popolo: sì per confermare le modifiche, no per respingerle

Giancarla Codrignani

Inutile volerci girare intorno: la gente l’ha presa per il verso sbagliato e rischia di andare al referendum come alla partita Milan-Inter. Le passioni saranno belle, ma confondono la mitologia con la politica.

Come donne dobbiamo fare attenzione, se è vero che noi siamo quelle della “cura”, dell’interesse prioritario per l’umano attraverso la vita da rendere vivibile, i corpi da rispettare, le esigenze di cui definire le priorità. La riforma non tocca nessun principio e la nostra piena uguaglianza resta garantita dall’art. 3, anche se i nostri diritti sono stati a lungo differiti e rimossi. Forse, se chiedessimo noi una riforma, vorremmo l’abolizione dell’art. 37 che ci fa lavoratrici alla pari ma ci carica di una “essenziale funzione familiare” evidentemente negata all’uomo. Forse non ricordiamo che nel 2003 su iniziativa del governo Berlusconi è stato modificato l’art. 51 per dire che la Repubblica “favorisce” (e non “garantisce”) le “pari opportunità” (e non i “pari diritti”) ai fini elettorali: anche quando si tratta della Costituzione, con il “genere” si fatica. E non ci basta che “questa” riforma menzioni tre volte la parità delle donne.

La prima parte, quella dei diritti (che non viene in nessun modo modificata), è ancora attuata parzialmente. Per renderla effettiva occorre l’approvazione di leggi che, in democrazia, debbono ottenere il 51 per cento dei voti attraverso mediazioni tra le parti: il passaggio da una Camera all’altra significa non tanto migliorare la qualità, quanto continuare a negoziare e perfino differire l’approvazione. La legge contro la violenza sessuale uscì dopo 20 anni e, mi pare, sette legislature di andirivieni tra Camera e Senato.

Il confronto tra il SÌ e il NO (oggi sostenuto anche dalla destra che l’ha approvata in Parlamento) disgraziatamente si è inasprito, mentre poteva costituire un’utile lezione di educazione costituzionale.

Il cambiamento reale è quello di far uscire l’Italia dal passato. Anche dopo la Liberazione è rimasta una concezione della dialettica politica che oppone ancora il Parlamento al Governo. La riforma propone una dialettica diversa, tra la Maggioranza e l’Opposizione, che per la prima volta avrà uno statuto formale. La Repubblica resta dunque parlamentare e il Parlamento farà le leggi solo nella Camera dei Deputati (dove i rappresentanti eletti delle diverse formazioni sono 630). Il governo mantiene la consueta funzione democratica e l’articolo che riguarda la funzione del presidente del consiglio (art. 95) non è cambiato. Se il governo avrà una corsia preferenziale per alcune leggi, si eviteranno molti decreti, i voti di fiducia e i maxiemendamenti. Il Senato rappresenterà i territori, come auspicato dai costituenti e compreso nel programma dell’Ulivo; i nuovi senatori (l’art. 70 che ne illustra le competenze passa da 9 a 448 parole) non voteranno la fiducia, perché sono un organo di controllo, ma voteranno le revisioni costituzionali e le normative europee (per la prima volta menzionate).

Non ci sono affinità con la riforma Berlusconi: non si parla di presidenzialismo, non cambia la forma di governo, non cambiano i rapporti con il potere giudiziario e politico.

L’espressione molto usata “l’uomo solo al comando”, può essere riferita alla legge del 1993 che adottò il maggioritario, il ballottaggio e il premio di maggioranza (del 60 per cento) rendendo ogni sindaco il cosiddetto uomo solo al comando: tutti vedono che i Comuni sono rimasti governati secondo i risultati del voto.

L’altro mantra “la democrazia è in pericolo” dice una verità purché si guardi con apprensione la crescita in tutti i paesi europei dei nazionalismi, il rifiuto degli immigrati e la preoccupazione che la Francia consegni la presidenza della Repubblica alla signora Le Pen. Le Costituzioni non hanno colpa se la gente vota contro il proprio interesse: la Turchia ha regolarmente eletto Erdogan, come già gli italiani Mussolini e i tedeschi Hitler.

Si dice che la Riforma risponde alle richieste della finanza internazionale: sarebbe bene chiedere dove erano i nostri critici quando fu messo in Costituzione nel 2012 il pareggio di bilancio, principio virtuoso, ma ormai improponibile, soprattutto per i paesi indebitati: l’Italia ha un debito di 2.250 miliardi. e la Germania sta nei guai con la Deutsche Bank. Tuttavia gli ordinamenti costituzionali gestiranno la politica economica come sempre e d’intesa con l’Europa.

La pratica del referendum diventa anche propositiva: cresce il numero delle firme per presentarli, ma si abbassa il quorum finale per evitare il gioco sulle astensioni. Anche per le leggi di iniziativa popolare si alza a 150mila la raccolta firme, ma si garantisce l’obbligo di esaminarne i contenuti.

Nelle votazioni per il Presidente della Repubblica, dalla settima basteranno i tre quinti dei votanti (e non più dell’assemblea), nel rispetto dell’opposizione.

Il rapporto dello Stato con i territori corregge le anomalie prodotte dalla riforma (di iniziativa della sinistra) del 2001 che ha prodotto innumerevoli ricorsi alla Corte costituzionale, alle cui sentenza la riforma si adegua.

Si tratta di modifiche la cui adozione è stata avviata nel 1983 (quando le legislature cadevano ogni due o tre anni); poi è stata portata avanti da tre “bicamerali”, dalle proposte dell’Ulivo, dai governi Monti e Letta, promotore di un’indagine di costituzionalisti che si divisero in favorevoli e contrari.

Renzi ha la responsabilità di dire che 33 anni bastano e si deve decidere. Adesso tocca ai cittadini e alle cittadine.

( Articolo segnalato da Margherita Didoné)

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