Francesca Caferri L’ALTRA FACCIA DI RIAD

L’altra faccia di Riad

Pubblicato su 2 giugno 2017 da femministerie.wordpress.com

di Francesca Caferri

“C’è un Paese dove Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood è realtà: e quel Paese è l’Arabia Saudita”. Scriveva così pochi giorni fa sul New York Times una delle voci più seguite del nuovo femminismo arabo, l’egiziana-americana Mona Eltahawi. Il suo articolo usciva a pochi giorni di distanza dalla conclusione del trionfale viaggio di Donald Trump in Arabia Saudita: accolto da un mare di petroldollari e da luci sfavillanti per le vie di Riad, il presidente americano ha conquistato il cuore dei sauditi, puntando il dito contro il nemico storico di Riad, l’Iran. Le donne che l’hanno accompagnato, la moglie Melania e la figlia Ivanka, se possibile hanno raccolto più successo di lui grazie a scelte di guardaroba raramente più indovinate e a gesti che potevano apparire di apertura, come l’incontro della First Daughter (e auto-proclamata paladina del femminismo alla Casa Bianca) con un gruppo di donne saudite.

Se tutto questo avete visto e avete letto, bè…è solo parte della realtà. Capitanate da una principessa a capo di una fantomatica autorità per lo sport in un Paese dove le donne sono praticamente impossibilitate a praticare sport, le donne incontrate da Ivanka non sono che uno specchio minuscolo della realtà saudita. Educate, ricchissime, vicine alla famiglia reale. Lasciate dunque che vi racconti il resto: l’Arabia Saudita non è solo il Paese dove le donne non possono guidare, è quello dove le donne rischiano di essere bloccate in aeroporto se il padre, il marito o il figlio non vogliono che viaggino. E’ quello dove poche settimane fa una ragazza che cercava di scappare dal padre che la picchiava è stata fermata nelle Filippine, ammanettata e riportata a casa. E’ quello dove alle donne che parlano troppo viene tolto il lavoro e magari anche il figlio. Ed è anche altro: è il Paese dove il femminismo arabo si sta facendo forte, determinato, spudorato, sfacciatamente contemporaneo.

Viste da Riad, di fronte a donne che rischiano tanto per raccontarti la loro storia, alcune nostre discussioni femministe fanno abbastanza ridere. A queste donne che urlano rabbia e voglia di agire su Twitter, che devono sottostare a prepotenze e minacce che lanciano petizioni in inglese per denunciare abusi e violazioni, sperando di raccogliere l’attenzione dei reporter stranieri, alcuni dibattiti nostrani, come quello sulla Gpa che negli ultimi mesi ha spaccato il mondo femminista italiano, fanno solo ridere. A Riad si lotta per parlare, per lavorare, per muoversi liberamente, per dire che una donna è una donna e non deve sottostare al volere di un uomo. A Riad per affermarsi serve dieci volte la fatica che serve a un uomo, ma ancora di più serve la fortuna di avere una famiglia che ti appoggia, perché contro tuo padre, tuo fratello o tuo marito non puoi nulla, perché questo dice la legge ( e la consuetudine). A Riad solo da qualche mese ragazzi e ragazze hanno conquistato la libertà di stare nella stessa stanza insieme e magari, qualche volta di ascoltare la musica. A Riad si combattono oggi battaglie che da noi si combattevano 50 anni fa: in nome di diritti fondamentali, come quello alla salute, alla libertà di movimento, di parola, di voto. A Riad a parlare con una giornalista straniera, come me, si rischia tanto: eppure le mie amiche saudite lo hanno fatto anche questa volta, mi hanno accolto nelle loro case o nel caos dei centri commerciali, per non farsi ascoltare: solo perché potessi raccontare al mondo un po’ di tutto quello che stanno facendo. Le battaglie per eliminare il sistema del Guardiano, quelle per poter guidare, quelle per acquisire una vera cittadinanza.

A Riad oggi c’è un femminismo di sostanza, come quello che ha animato la società italiana negli anni ’70: non si discute di aborto forse, ma di altri temi reali sì. Si parla di violenza e diritti fondamentali, come è stato da noi in un passato non troppo lontano: non si spacca il quattro il capello per conquistare un po’ di luce dai riflettori, come troppo spesso accade oggi da queste parti.

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