Giorgia Serughetti Non è il sesso, è il potere (anche se spesso è la stessa cosa)

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Non è il sesso, è il potere (anche se spesso è la stessa cosa)

 di Giorgia Serughetti 

4 novembre 2017 

“A great man once said, everything is about sex. Except sex. Sex is about power”. È Frank Underwood, il celebre personaggio di House of Cards interpretato da Kevin Spacey, attore premio Oscar che proprio in questi giorni è al centro di uno scandalo per molestie sessuali, a indicarci – ironia della sorte – la via d’uscita dal groviglio di errori e banalità che sta segnando la fase due del caso Weinstein e dintorni.

Nella fase due, dopo lo scatenarsi di un acceso scontro di opinioni pro e contro le vittime del produttore hollywoodiano, dopo l’esplosione di denunce virtuali accompagnate dagli hashtag #meetoo e #quellavoltache, dopo timidi tentativi maschili di fare i conti con l’inveterata abitudine a prendere senza chiedere il permesso (hashtag #Ihave), dopo che l’onda partita dal mondo dello spettacolo è andata a lambire la politica dell’Unione Europea (le denunce delle eurodeputate) e di alcuni paesi (si vedano le molestie a Westminster), dopo tutto questo è cominciata la controffensiva.

“Ossessione fobica”, “maccartismo da cerniera lampo” scrive Michele Serra su la Repubblica del 3 novembre. Caccia alle streghe, puritanesimo di massa, si legge in giro per la rete e sui giornali. E cominciano le domande: ma allora a un pover’uomo basta provarci con una donna (o un uomo) per essere accusato di molestie? Ma non staremo diventando ridicoli a parlare di violenza quando in fondo si tratta solo del palpeggiamento di un cretino? Ma se continuiamo così non rischiamo di perdere di vista le (vere) vittime di (vere) violenze?

È stato scritto così tanto su queste vicende che resta solo da provare a indicare un principio, uno solo, a partire da cui esaminare i casi singoli, che non sempre meritano di essere trattati allo stesso modo. Un principio che consenta di distinguere tra l’approccio di un lumacone a una festa e la mano sul ginocchio al lavoro, tra l’attenzione sessuale di qualcuno che non ci interessa e il produttore cinematografico che riceve in vestaglia la sua preda.

La domanda da farsi insomma è: quanto c’entra il potere? Posto che quando parliamo di relazioni tra uomini e donne (ma anche in molti casi tra uomini e uomini) il potere c’entra sempre, c’è una differenza essenziale tra il sesso in quanto piacere e il sesso in quanto potere. Che poi ci sia un piacere del potere non lo metto in dubbio, ma i casi che hanno fatto notizia (con l’eccezione, direi, di quello che ha coinvolto un giovane Kevin Spacey, ancora lontano dalla fama, con il giovanissimo Anthony Rapp) hanno tutti a che fare con l’esercizio del presunto diritto d’accesso a un corpo altrui, per lo più femminile, fondato sulla consapevolezza della propria posizione e alimentato dal senso di impunità che da sempre protegge chi comanda e chi dirige.

Quando l’attenzione indesiderata, il contatto non richiesto, la domanda di prestazione sessuale avviene in condizioni di diseguaglianza di potere, ciò che chiamiamo “consenso” viene così palesemente distorto da rendere fastidiosa e inappropriata qualsiasi disamina da aula di tribunale. Non è una scelta fondata su effettiva autodeterminazione quella tra subire una molestia sessuale e tenersi il lavoro (o fare il lavoro che si ambisce a fare o di cui si ha bisogno) o rifiutare e perdere il lavoro. Ciò non significa che non possa darsi effettiva adesione a questo sistema di potere da parte della singola donna, che non possa darsi anche un uso strumentale e a proprio vantaggio, che perlopiù lascia intatto il sistema stesso e le sue diseguaglianze.

Quello del consenso è un oggetto culturale scivoloso, nonostante su di esso si fondi una distinzione fondamentale, quella tra ciò che è violenza e ciò che non lo è. Ha scritto recentemente Laurie Penny che “il consenso è molto di più dell’assenza di un no. È la possibilità di un sì vero. È la presenza di un agire umano. È l’orizzonte del desiderio”. Quale desiderio può esserci se da una parte c’è la presunzione di un diritto, dall’altro il senso riluttante di un dovere? Quale libertà sessuale può darsi quando l’incontro tra due persone è mediato dal potere che fa da cornice e dà significato al rapporto stesso?

Prendiamo però il caso, per esempio, dello sporcaccione sull’autobus. Quale potere può esercitare uno così? Certo non è Weinstein, ma agisce in uno spazio come colui che ne detta le regole, basandole sul diritto maschile. Non è perciò una “reazione esagerata” quella delle donne che parlano di ferita e umiliazione per episodi simili. Per fortuna, spesso dall’autobus si può scendere. Non altrettanto facile è lasciare un lavoro.

E invece il tipo che ha provato a baciarci a una festa, e che non ci piaceva? Se abbiamo potuto dirgli no e andare a farci un gin tonic credo siamo fuori tema. Anche perché si spera sia successo anche a noi donne di provarci con qualcuno che ci ha respinte, e che siamo andate anche in questo caso a farci un gin tonic.

Quando sono le diseguaglianze di potere – nei rapporti di lavoro, negli usi degli spazi (urbani, sociali, politici), nell’accesso alle risorse – a fare da sostegno alla domanda di contatti e rapporti sessuali indesiderati, può esserci violenza anche se non viene detto nessun “no”. Se non è questa la cornice in cui ciò avviene, faremo valutazioni diverse. È questa l’unica sensibilità che credo si possa mettere in campo per non cadere in paradossi e per puntare il dito dove deve essere puntato: non contro il sesso, contro il potere.

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